Seicentottantadue uomini dicono «Siamo gay»
Ci misero la faccia quando era ancora pericoloso: la copertina dello «Stern» «Siamo gay» fece la storia nel 1978.
Il 5 ottobre 1978 nelle edicole tedesche c’era un numero dello «Stern» impossibile da non notare. In copertina c’erano due giovani uomini, Olaf Hellmich e Martin Schütz, e sopra tre parole: «Wir sind schwul», siamo gay. All’interno seguivano seicentottantadue piccole fototessere, ciascuna con un nome e una frase personale.
Ciò che oggi sembra innocuo era allora un azzardo. Il paragrafo 175 era stato attenuato solo nove anni prima, e l’omosessualità restava un tabù nella vita quotidiana. Chi faceva coming out rischiava lavoro, casa e famiglia. Alcuni uomini ritirarono perciò la loro adesione all’ultimo momento, perché volevano diventare insegnanti e non sapevano se lo Stato lo avrebbe tollerato.
Gli altri rimasero. Molti venivano da Berlino Ovest e dall’ambiente della Homosexuelle Aktion Westberlin. Tra loro c’era Egmont Fassbinder, che in seguito diede il suo segno alla casa editrice rosa Winkel, la prima casa editrice gay del dopoguerra. Anche il maestro sarto Klaus Schumann compariva nella rivista con nome e cognome. I suoi genitori in seguito ruppero i rapporti con lui.
Lo «Stern» era allora una potenza. Il settimanale illustrato raggiungeva milioni di famiglie e determinava ciò di cui il Paese parlava. Sette anni prima, con il titolo «Abbiamo abortito», aveva già puntato sull’effetto di tanti nomi veri.
Uno dei partecipanti era il futuro giornalista Jan Feddersen. Ripensandoci, scrisse che i due uomini in copertina sembravano ordinari come i vicini di un condominio. Proprio questo rese l’iniziativa così efficace. I gay non erano più una caricatura, ma colleghi, figli e compagni di squadra.
L’iniziativa fece scuola. Quando nel febbraio 2021, con lo slogan #ActOut, oltre centottanta attrici e attori fecero coming out insieme, molti ricordarono quel numero. Il messaggio era rimasto lo stesso: siamo in tanti, e non ci nascondiamo più.