La fine di un divieto coloniale
La Corte suprema di Mauritius abolisce un divieto dell’epoca coloniale e depenalizza i rapporti sessuali tra uomini.
Il 4 ottobre 2023 a Mauritius cadde una legge sopravvissuta per quasi due secoli. La Corte suprema dello Stato insulare dell’Oceano Indiano dichiarò incostituzionale l’articolo 250 del codice penale. La norma vietava i rapporti anali consensuali tra uomini, anche tra le mura domestiche. Chi veniva condannato rischiava fino a cinque anni di carcere.
Il ricorso era stato presentato da Abdool Ridwan Firaas Ah Seek, presidente del Collectif Arc-en-Ciel, la più grande e più antica organizzazione LGBTQ del Paese. Era sostenuto dallo Human Dignity Trust di Londra. La sua argomentazione era chiara. Essere omosessuali a Mauritius non è vietato. Ma la legge rendeva punibile vivere questo orientamento e marchiava gli uomini gay come criminali. Inoltre permetteva alla polizia di perquisire le abitazioni anche sulla base di un semplice sospetto.
Lo Stato obiettò di aver adottato da tempo leggi contro la discriminazione degli omosessuali. La Corte non ne fu convinta. L’articolo sembrava neutrale a prima vista, ma colpiva in modo mirato gli uomini gay. E il divieto costituzionale di discriminare qualcuno in base al sesso comprendeva anche l’orientamento sessuale.
I giudici usarono parole chiare anche sull’origine della norma. Non rispecchiava valori mauriziani, ma era un’eredità del dominio coloniale britannico. Il dettaglio piccante: la Gran Bretagna stessa aveva abolito un divieto analogo già nel 1967.
Le Nazioni Unite accolsero con favore la decisione il giorno stesso. La depenalizzazione facilitava agli uomini gay l’accesso alla prevenzione dell’HIV e all’assistenza sanitaria, senza paura di essere arrestati. Mauritius si univa così a un gruppo crescente di Stati africani che hanno eliminato simili retaggi dell’epoca coloniale. Per la comunità queer dell’isola si concludeva una lunga battaglia.